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Corneliani e Sali e Tabacchi Journal, l'amore condiviso per l'Arte.

Cinque autori e un dialogo aperto sullo stile al Festivaletteratura di Mantova.

Fin dalla notte dei tempi, Mantova sembra avere un rapporto speciale con poeti e scrittori (Virgilio è nato qui, Dante e Petrarca sono passati di qui sulle orme del mantovano). Questi narratori hanno aiutato gli italiani a raggiungere pianure infinite ad altezze di immaginazione. È infatti la sua ricca storia intrecciata con l'arte ad aver attratto i letterati che, nel corso dei secoli, ci hanno fatto sognare: rivivendo antiche avventure, immedesimandosi in cavalieri e crociati, inseguendo il virtuosismo barocco di poemi e fiabe.

Per questa occasione speciale, Sali e Tabacchi Journal e Corneliani si uniscono per celebrare il Festival Letterario di Mantova, con interviste ad alcuni dei nomi emergenti e noti che hanno partecipato all'edizione di quest'anno e alcune sorprese speciali in serbo.

Giulia Cavaliere

 

Qual è secondo te il fil rouge tra letteratura e scienza?

Mi sono da sempre approcciata alla scrittura della musica con una prospettiva più letteraria e meno giornalistica. Mi interessa raccontare più che testimoniare un accaduto, mi interessa generare una narrazione della dimensione lirica ed esperienziale di quest’arte e dunque soffermarmi su come la musica intercetti la vita di ognuno, dagli artisti che la creano a chi ne fruisce.

 

Che significato ha Mantova per te o qual è la cosa che preferisci della città?

Amo l’eleganza sincera di Mantova nel portamento della sua dimensione di provincia. Imperdibili i vini naturali e la gentilezza dello storico bar Caravatti, le librerie del centro ogni pochi metri, dell’arte taccio, perché qui mi servirebbe almeno lo spazio di un pamphlet.

 

Qual è l'opera letteraria che ti ha veramente segnato?

Il tempo fa la lettura, quindi:

I Canti di Giacomo Leopardi quando avevo 13 anni.
Gli Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini quando ne avevo 21 Verso Betlemme di Joan Didion a 26.
I diari di John Cheever a 28.

 

Cosa significa per te / perché è importante per te avere la tua voce, i tuoi pensieri, essere pubblicato, ascoltato e ricevuto dal pubblico?

Essenzialmente sperimentare ogni giorno il privilegio della condivisione e dell’ascolto, la pratica di un continuo tentativo in divenire: portare qualcosa a qualcuno che gli faccia, in qualche modo, bene.

 

Come ti vedi crescere come scrittrice nei prossimi anni?

Certe cose io non so vederle. Desidero solo finire il nuovo libro che ho iniziato a scrivere e spero che la mia editor non mi uccida per il ritardo con cui glielo consegnerò e per quello che, dopo quel ritardo, leggerà. In fondo, oltre al pensiero di collaborare con persone stimolanti, penso sia tutto qui: continuare a voler scrivere, continuare a volere.

 

Molti scrittori famosi, come Gay Talese, Hunter Thompson e Joan Didion, erano noti per il loro stile eclettico ma elegante. Come esprimi il suo stile di scrittura attraverso l'abbigliamento?

Mi piacciono i vestiti ma non fanno la mia vita, diciamo che è un po’ come il fatto che amo le auto d’epoca anche se non guido. Gli scrittori citati sono fondamentali della mia formazione di lettrice e di osservatrice che scrive ma non credo che il loro stile passasse dagli abiti, piuttosto dal pensiero incarnato dal loro corpo, non cioè dalla forma ma dalla vita del loro corpo e questo anche se certamente indossavano abiti interessanti o bellissimi. Io amo indossare le scarpe dei tennisti degli anni ’70 e al tempo stesso vorrei vestire sempre come Virginia Woolf, indosso un paio di occhiali disegnati da Linda Farrow che sento molto miei. Per il resto, di base, amo la sobrietà che sa di non avere niente in contrario all’eccentrico.

Nicolò Porcelluzzi

 

Qual è secondo te il fil rouge tra letteratura e musica?

La letteratura si intreccia alla crisi climatica perché interroga le nostre contraddizioni, i bisogni arroganti e le speranze ingenue con cui cerchiamo di convivere ogni giorno. Non si può ignorare il ruolo cruciale delle storie nella costruzione delle società, delle credenze, delle abitudini: ma chiedere alla letteratura di salvarci potrebbe rivelarsi deludente, perché il suo scopo è sempre un altro.

 

Che significato ha Mantova per te o qual è la cosa che preferisci della città?

Mantova ha avuto un ruolo importante nel mio apprendistato. Qui venivo negli anni del liceo a "fare il volontario", staccare i biglietti e sistemare le sedie. Infilandomi di straforo, ascoltando la gente che scriveva (ricordo due parole confuse con Merini e Arbasino) ho capito che il paio di libri che avevo letto in camera, tutto solo, non erano una cosa morta. Tornarci da autore, qualche anno fa, è stato strano.

 

Qual è l'opera letteraria che ti ha veramente segnato?

Direi che ce ne sono diversi, dipende dal periodo. Leggendo Luigi Meneghello ho imparato che la poesia si nasconde in ogni linguaggio, leggendo Virginia Woolf che si possono raccontare i pensieri, perché sono sensazioni. Mi sono venuti in mente loro due; ma se devo scegliere un libro, La cognizione del dolore. Tra qualche anno sarà un altro.

 

Cosa significa per te / perché è importante per te avere la tua voce, i tuoi pensieri, essere pubblicato, ascoltato e ricevuto dal pubblico?

Come non si può vivere senza relazioni, non può esserci scrittura che possa rifiutare un pubblico a priori. Non ho mai considerato la scrittura però un amplificatore che potesse servirmi a passare un messaggio, non ho le credenziali adatte, l'attitudine. Scrivere è pensare e quindi stare al mondo, dare un senso alle cose: poi ti distrai un attimo e qualche messaggio, alla fine, passa lo stesso.

 

Come ti vedi crescere come scrittore nei prossimi anni?

Da quando ho iniziato non c’è un anno in cui non attraverso trasformazioni, consapevolezze varie, strani sguardi; tanto che, banalmente, a rivedere quello che si è fatto l'imbarazzo è direttamente proporzionale alla distanza nel tempo. Spero di potermi imbarazzare sempre meno, ma smettere di farlo sarebbe la fine. Vorrei continuare a scrivere semplice per lavoro e complicato per me stesso.

 

Molti scrittori famosi, come Gay Talese, Hunter Thompson e Joan Didion, erano noti per il loro stile eclettico ma elegante. Come esprimi il suo stile di scrittura attraverso l'abbigliamento?

Temo che definire eclettiche le mie scelte in materia sarebbe eccessivo. Mi sembra che lo stile, in superficie, sia quella serie di gesti e accessori (capita anche nel mondo animale) in cui un individuo si manifesta in una cultura: il fatto è che lo stile ci serve soprattutto a riconoscerci di fronte a noi stessi, e queste belle premesse si possono sviluppare aldilà dei feticci. Detto questo, Beckett aveva un ottimo gusto.